In che modo puoi far sapere al tuo cervello che stai bene? Per migliaia di anni, il cervello umano ha operato in un contesto di scarsità alimentare. La sua priorità assoluta è stata la sopravvivenza.
Esiste un dialogo costante e silenzioso tra il nostro corpo e la nostra mente. Spesso pensiamo che sia il cervello a impartire ordini ai muscoli, ma la verità è che avviene anche l’esatto contrario.
Il nostro cervello quando riceve segnali di inattività, interpreta la situazione come un’emergenza. Pensa che siamo feriti, malati che c’è scarsità di cibo e quindi deve risparmiare calorie. Quindi, abbassa il metabolismo e riduce il consumo di energia per mantenerci in vita il più a lungo possibile. Quando ci muoviamo, invece deduce che siamo in salute, che siamo in grado di procurarci il cibo. Di conseguenza, mantiene alto il metabolismo e le funzioni cognitive.
Il modo in cui ci muoviamo comunica al sistema nervoso il nostro stato di salute e di sicurezza. Ogni volta che fai una passeggiata o ti muovi, stai comunicando al tuo cervello: “Guarda, sono libero, sono sano e il mondo è pieno di risorse”. Lui ti risponderà sbloccando le riserve di energia, riducendo lo stress e facendoti sentire finalmente vivo.
L’eredità del cervello arcaico
Per comprendere come far capire al tuo cervello che stai bene dobbiamo guardare alla nostra evoluzione. Per millenni, l’essere umano è rimasto immobile solo in tre situazioni: durante il sonno, in caso di grave malattia/ferita, o durante una carestia per preservare le energie. Il nostro cervello opera ancora secondo questa logica di sopravvivenza.
Il nostro cervello è un organo predittivo. Quando resti immobile per lunghi periodi (sedentarietà), il tuo cervello antico riceve il segnale che non c’è cibo disponibile o che è necessario conservare ogni caloria per un’emergenza futura. Riduce la produzione di ormoni tiroidei e aumenta il cortisolo (ormone dello stress), rendendo più difficile bruciare grassi. Muoversi è il “codice segreto” per sbloccare questo freno a mano. Dire al cervello “sto andando a cercare il cibo” (anche se stiamo solo andando in palestra o a fare la spesa a piedi) attiva i circuiti della dopamina.
- Movimento = Abbondanza e Salute: Se ti muovi, il cervello deduce che sei in salute, che l’ambiente è esplorabile e che hai “energia da spendere” per procacciarti cibo o partner.
- Sedentarietà = Malattia o Carestia: Se resti fermo a lungo, il cervello ancestrale non pensa “è pigro”, ma pensa “è ferito”, “è malato” oppure “c’è una carestia e deve risparmiare ogni caloria”. Per proteggerti, abbassa il consumo energetico, entra in modalità “risparmio” e può innescare stati di apatia o depressione (che servono a non farti sprecare energie inutilmente).
Il paradosso del movimento: muoversi per consumare di più
A livello evolutivo, se un animale si muove, significa che ha abbastanza energia per farlo e che è in una fase di “raccolta” o “caccia”.
- Il Segnale di Abbondanza: L’attività fisica costante informa l’ipotalamo (il centro di controllo della fame) che sei un individuo “capace”. Se il cervello percepisce che sei in grado di procurarti risorse, smette di abbassare il metabolismo basale per autodifesa.
- Uscire dalla “Modalità Risparmio”: Lo stress e l’immobilità mettono il corpo in modalità risparmio energetico (accumulo di grasso viscerale). Muoverti, anche con una semplice camminata, agisce come un interruttore che dice: “Non siamo in pericolo di vita, possiamo permetterci di spendere energia”.
- Regolazione dell’Appetito: Contrariamente a quanto si pensa, il movimento non serve solo a “bruciare calorie”, ma a ricalibrare i segnali di sazietà (come la leptina). Un corpo attivo comunica meglio con il cervello, evitando quegli attacchi di fame nervosa tipici di chi è fermo e stressato.
Un consiglio pratico: cambia prospettiva
Ciò che oggi le neuroscienze confermano con i dati, gli antichi lo avevano già intuito attraverso l’osservazione della natura umana.
In psicologia, questo concetto rinforza l’idea che per cambiare la nostra mente dobbiamo spesso partire dal corpo. Non dobbiamo vedere l’esercizio come una “punizione” per ciò che abbiamo mangiato, ma come un messaggio di libertà e vitalità.
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