Per spiegare la psicologia delle folle le tesi di Gustav Le Bon e Freud restano ancora una chiave di lettura fondamentale, nonostante viviamo in una civiltà tecnica avanzata.
L’Anima collettiva e la fine della razionalità
Di fronte alla massa, l’individuo colto e il cittadino comune si annullano in un’unica entità emotiva e irrazionale. L’uomo, quando diventa “massa”, preferisce ancora il calore rassicurante (e pericoloso) dell’emozione collettiva alla fredda luce della ragione.
In questa “anima collettiva”, le differenze intellettuali si annullano. Come notava Le Bon, tra un celebre matematico e un calzolaio può esserci un abisso culturale, ma all’interno di una folla le loro credenze e il loro carattere diventano identici. La folla non accumula intelligenza, ma mediocrità.
Il meccanismo della suggestione e il senso di impunità
Uno degli aspetti più inquietanti descritti da Le Bon è il senso di potenza invincibile che pervade il singolo nel gruppo. Protetto dall’anonimato e dal numero, l’individuo perde il senso di responsabilità. Questo spiega perché i delitti delle folle differiscano da quelli comuni: chi vi partecipa non si sente un criminale, ma è convinto di obbedire a un dovere superiore, spinto da una potente suggestione collettiva.
L’Arte di governare le masse: tra Teatro e Melodramma
Le Bon intuisce che per influenzare le folle non serve la logica, ma l’immagine. L’oratore efficace non deve dimostrare, ma affermare, esagerare e ripetere.
- L’estetica dello stupore: Il comizio politico e la dinamica delle masse ricalcano le regole dello spettacolo teatrale.
- L’irrealismo: Per la folla, l’apparenza conta più della realtà. Il meraviglioso e il leggendario sono i veri motori della storia.
- Il ruolo del Capo: Il leader non è un padrone, ma un “attore di grido” capace di mettere in scena i desideri latenti della massa. Finché recita la parte attesa, è seguito con dedizione; quando la sua “parte” diventa obsoleta, viene destituito con la stessa violenza con cui era stato elevato.
Dalle Corti d’Assise ai Parlamenti: la regressione è universale
Molti ritengono che l’irrazionalità sia un fenomeno limitato alle sommosse di piazza. Le Bon ci dimostra il contrario: la regressione è universale e colpisce anche le élite. Nelle Corti d’Assise e nei Parlamenti, il livello culturale non funge da scudo. I dati statistici confermano che una giuria di intellettuali e una di commercianti tendono a emettere i medesimi verdetti emotivi. Perché? Perché una volta riuniti, la logica soccombe al prestigio sociale e alla suggestione. Un avvocato che commuove la giuria con immagini patetiche o un politico che domina l’aula con la forza della sua presenza scenica ottengono risultati che la fredda analisi dei fatti non potrebbe mai raggiungere.
Il contributo di Freud: l’oggetto che divora l’Io
A integrare questa visione interviene Sigmund Freud nel 1921 con Psicologia delle masse e analisi dell’Io. Il padre della psicoanalisi spiega il legame tra i membri della folla attraverso il concetto di identificazione.
Nella massa, l’individuo sostituisce il proprio “Ideale dell’Io” con un oggetto esterno (il leader o un’idea). Questo processo è simile all’innamoramento cieco o all’ipnosi: l’oggetto assorbe l’Io, la critica svanisce e l’individuo diventa capace di azioni che, da solo, rinnegherebbe.
Comprendere questi meccanismi è il primo passo per preservare la nostra identità individuale
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