La “hustle culture” è la cultura legata al macinare, ma qui io voglio parlare applicata al corpo è un approccio al fitness e al benessere fisico caratterizzato da una ricerca esasperata della performance, della produttività e del “miglioramento” costante. Spesso a discapito del riposo e della salute mentale. Si tratta di una trasposizione della mentalità della “cultura del trambusto” (o del lavoro frenetico senza sosta) dall’ambito professionale a quello della cura di sé.
Palestre come cattedrali moderne, corsi di spinning, CrossFit estremo, app per il fitness, integratori, la ricerca spasmodica dell’ultima tendenza, l’ossessione per il macinare (Hustle culture).
Il bias della fatica
Oggi essere impegnati e fare fatica sono diventati status symbol. Dobbiamo ottimizzare ogni minuto, ogni esercizio deve essere ad alta intensità. Siamo propensi a credere che per ottenere risultati eccellenti servano sforzi proporzionalmente dolorosi, complessi o costosi. È il bias della fatica.
Cammino e basta
A questo punto voglio introdurre la figura della persona in buona forma, che rivela candidamente di fare solo passaggiate o camminate:
Siamo in un caffe, un gruppo di amici parla animatamente delle rispettive attività sportive. Si susseguono descrizioni di CrossiFit, sessioni intense di HIIt, maratone, l’ultimo spinning con luci al neon e diete restrittive. C’è un’area di competizione sottile, l’estetica della fatica e del sacrificio come status simbol.
Poi entra in scena un loro conscente. L’uomo è in buona forma fisica, postura impeccabile, calmo, muscolatura tonica, ma non eccessiva. La conversazione si interrompe brevemente. La curiosità è palpabile e le domande si accavallano, intrisa di un’ammirazione mista a un pizzico di invidia: “Che sport fai? Qual’è il tuo segreto? Segui un programma speciale?”
La risposta , pronunciata con una semplicità disarmante, spiazza tutti: “Cammino. Facccio lunghe camminate, ogni giorno. Un attimo di silenzio, poi qualche risata nervosa. Non ci credono, aspettano la vera risposta, il trucco. Ma il trucco non c’è. L’uomo in perfetta forma cammina e basta.
I segni distintivi di questa mentalità applicata al corpo includono:
- Feticizzazione dell’eccesso: L’idea che “di più è sempre meglio”, glorificando allenamenti estenuanti, privazione del sonno per allenarsi, e il superamento costante dei propri limiti fisici, anche in presenza di dolore o infortunio.
- Visione del corpo come progetto: Considerare il proprio corpo come qualcosa da ottimizzare, un “progetto” su cui lavorare incessantemente per raggiungere un ideale estetico o di performance, spesso basato su confronti con gli altri (spesso sui social media).
- Senso di colpa per il riposo: Il riposo e il recupero vengono visti come segni di debolezza o pigrizia, generando sensi di colpa se non ci si allena intensamente ogni giorno.
- Misurazione ossessiva: L’uso compulsivo di app, tracker e dispositivi per monitorare ogni aspetto dell’attività fisica, del sonno e dell’alimentazione, trasformando la cura del corpo in una serie di dati e metriche da massimizzare.
- Burnout fisico e mentale: L’esaurimento fisico, emotivo e motivazionale è una conseguenza comune di questo approccio. Poiché il corpo e la mente non hanno il tempo necessario per recuperare e rigenerarsi.
In sintesi, la “Hustle culture” applicata al corpo trasforma attività che dovrebbero promuovere il benessere in fonti di stress cronico e pressione, allontanandosi da un approccio equilibrato e compassionevole verso se stessi.
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