Pandemia tra mito e storia: in questa pagina analizzo tre pestilenze: le prime due appartengono al mito, la terza alla realtà storica. Inizio subito dicendo che nell’antichità non c’è stata una pandemia che ha interessato tutto il globo, ma ci sono state delle grandissime pandemie che hanno colpito intere popolazioni.
La pestilenza raccontata da Omero nell’Illiade
Nel parlare di pandemia tra mito e storia, inizio con una mitica, che è quella descritta da Omero nell’Iliade. Questo poema inizia proprio con una pestilenza, che sta uccidendo tutti gli achei. La causa? Il “caratteraccio” di Agamennone, la sua arroganza e la sua prepotenza. Durante la guerra, il re rapisce Criseide, figlia di Crise, sacerdote di Apollo. Nonostante Crise offra un riscatto generoso per liberarla, Agamennone lo scaccia con violenza.
L’offesa al sacerdote scatena l’ira di Apollo, che scaglia le sue frecce pestilenziali sul campo greco. Per risolvere la crisi, Agamennone deve cedere, ma per compensare la perdita sottrae Briseide ad Achille, innescando così la celebre “ira” dell’eroe. In questo contesto, la malattia è una punizione divina per un eccesso di ego.
La tragedia di Edipo re
Un’altra pestilenza mitica viene descritta da Sofocle nell’Edipo re. La tragedia inizia proprio con una grave pestilenza che colpisce la popolazione di Tebe durante la reggenza di Edipo.
A Tebe scoppia una pestilenza, bisogna in qualche modo salvare la città e i cittadini lo chiedono a Edipo. Edipo si era fatto una grande fama, perché era arrivato a Tebe quando qui c’era la famosa sfinge, un mostro che divorava qualsiasi persona che non sapeva rispondere al suo enigma: “Qual’ è l’animale che nel corso della sua vita cammina a volte a 2, a 4 e a 3 zampe. Edipo furbissimo risponde subito, è l’essere umano, da piccolo cammina a 4 zampe, da adulto a 2 zampe e da vecchio a 3, perché si appoggia al bastone.
Ora però deve affrontare un nemico invisibile. Interroga l’oracolo di Delfi e scopre una verità
La sfinge si suicida, quindi la città di Tebe si affida a Edipo per salvarsi dalla pestilenza. Ora il sovrano interroga l’oracolo di Delfi e scopre una verità agghiacciante: la peste cesserà solo quando la città espellerà l’assassino del precedente re, Laio.
L’oracolo gli dice anche che Edipo ucciderà il padre e sposerà sua madre. Terrorizzato Edipo temendo di uccidere il padre, o quello che crede sia suo padre si allontana da Corinto e va verso Tebe.
Andando verso Tebe incontra un uomo che arrivava con il carro, c’è un litigio fra i due e vengono alle mani e Edipo lo uccide. Quest’uomo è il suo vero padre, Laio il primo marito di Giocastra, che Edipo aveva sposato quando era arrivato a Tebe perché era vedova.
L’inchiesta va avanti e scopre che lui era nato da Laio e Giocastra e che se non fosse stato abbandonato sarebbero nate delle sciagure. Allora, il servo lo porta alla corte di Corinto.
Alla fine Edipo scopre che lui aveva ucciso suo padre e sposato sua madre. Quando lo dice a Giocastra questa si uccide e se ne va accettando questa sventura. In queste 2 pestilenze legate al mito, la peste è una punizione divina.
La prima vera pestilenza raccontata
Il terzo esempio è quello raccontato da Tucidide, il primo storico a descrivere una pestilenza vera. Una peste che scoppia ad Atene tra il 430 e il 427 a. C, dove si ammala lo stesso Tucidide, ma poi guarisce. È la peste nella quale muore anche Pericle.
Tucidide fa un resoconto storico di questa pestilenza e dice delle cose interessanti. Inizia con il dire che sa da dove sia venuta, forse dall’oriente, o dall’Asia, attraverso l’Egitto, dal di fuori, quindi non è cosa nostra. È un male che si diffonde rapidamente, come non si era mai visto prima. È diversa da qualunque altra malattia.
L’altra cosa, mancano le medicine per questa malattia. I morti sono talmente tanti, che per la prima volta non vengono rispettate neppure le sacre regole che vogliono che i defunti vengano onorati. Nota come i medici, ignorando la natura del male, muoiano per primi nel tentativo di curare gli altri.
Tucidide descrive tutti i sintomi di questa malattia: iniziano con la tosse, con lo starnuto e poi scendono e arrivano fino al petto (Tucidide 2-48).
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