Tra le manifestazioni ipocondriache, la cardiofobia, la paura persistente e intensa legata al funzionamento del proprio cuore, è senza dubbio una delle più diffuse e invalidanti. Chi ne soffre vive nel timore costante di un evento fatale improvviso, come un infarto o un ictus, interpretando ogni minima variazione del ritmo cardiaco come il segnale di un imminente cedimento organico.
Il paradosso della ipervigilanza
Il soggetto cardiofobico sviluppa una vera e propria ipervigilanza somatica: l’attenzione si sposta ossessivamente sul battito cardiaco e sulla pressione arteriosa. Sintomi comuni come tachicardia, aritmie o semplici fastidi al petto non vengono letti come risposte fisiologiche all’ansia, ma come prove di una patologia latente.
Le strategie di evitamento e controllo
Solitamente chi ne soffre cerca continue rassicurazioni mediche mediante esami cardiologici, ma al tempo stesso ne è anche spaventato. Inoltre usa tutta una serie di strategie volte ad abbassare o allontanare il rischio di eventuali problemi cardiaci. Classica diventa la strategia di evitare qualsiasi tipo di sforzo soprattutto le attività sportive.
Per tentare di gestire il rischio, la persona mette in atto una serie di comportamenti protettivi che finiscono per limitare drasticamente la qualità della vita:
- Evitamento fisico: Si rinuncia allo sport o a sforzi minimi per non “affaticare” il cuore.
- Controllo alimentare: L’alimentazione diventa maniacale (esclusione di sale, grassi o alcol) o compensatoria (eccesso di zuccheri per timore di ipotensione e svenimenti).
- Restrizione dell’autonomia: Si evitano viaggi o spostamenti lontano dalle cosiddette “safety zones” (ospedali o zone medicamente presidiate), per il timore di non ricevere soccorso immediato.
Cardiofobia e disturbo da panico
La cardiofobia ha un legame strettissimo con il disturbo da panico, anzi il più delle volte ha origine proprio da quest’ultimo. La differenza tra un cardiofobico e chi soffre di attacchi di panico è che il primo è completamente ripiegato sulla paura di avere un infarto, ictus e via dicendo. Il secondo non è tanto terrorizzato dal sintomo cardiologico quanto dalla paura di perdere il controllo.
Il trattamento psicologico: rompere il circolo vizioso
Il trattamento psicologico sarà mirato a far tornare il cardiofobico ad avere un rapporto naturale con il suo cuore, o con riappropriare le proprie sensazioni cardiache, senza che possa andare in ansia o nel panico.
Per far questo è necessario interrompere tutte le strategie disfunzionali che sono adottate per risolvere il problema. Sono proprio questi comportamenti disfunzionali (tentate soluzioni) che non solo non risolvono il problema, ma lo mantengono e addirittura lo peggiorano.
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