In questo piccolo contributo parlo della “Paura di vincere: Nikefobia”, dal greco νίκη, vittoria e φοβία, paura. il concetto che voglio sottolineare è che a un passo dal traguardo, la paura del cambiamento diventa più forte del desiderio di vittoria.
“Ogni cambiamento desiderato attiva una resistenza proporzionale alla sua intensità”. Sembra un paradosso, eppure è la realtà clinica che osserviamo ogni giorno: l’essere umano cerca il successo, ma ne è terrorizzato.
Sì, remarsi contro (inteso come opporsi, bloccare o frenare sé stessi) è considerato un paradosso comportamentale profondo. Si tratta di un meccanismo in cui la mente, cercando di proteggersi, genera azioni che paradossalmente sabotano il proprio benessere, la propria crescita o il raggiungimento di un obiettivo. Ecco perché questo comportamento è un paradosso: l’obiettivo è la protezione, il risultato è il danno: il paradosso diventa quasi inaccettabile per la nostra logica perché sfida l’idea che l’essere umano agisca sempre per il proprio utile. È quella che in psicologia viene spesso chiamata “Sindrome dell’Impostore” o, più profondamente, “Paura del Successo” (complesso di Giona). Perché abbiamo paura di vincere proprio quando siamo a un passo dal traguardo?
Come psicoterapeuta ad approccio strategico, mi trovo spesso di fronte a persone che, dopo aver lottato una vita per un obiettivo, “inciampano” misteriosamente a pochi metri dal traguardo. Questo fenomeno ha un nome: Nikefobia, la paura di vincere.
L’Omeostasi: Il tiranno invisibile
Perché ci autoboicottiamo? La risposta risiede in una prerogativa fondamentale di ogni sistema vivente: la tendenza a mantenere la propria omeostasi. Il nostro equilibrio psicologico, per quanto disfunzionale o doloroso possa essere, è un “territorio noto”. Il successo, invece, rappresenta un salto nell’ignoto.
Il grande cambiamento, per quanto sognato, rompe gli schemi consolidati. La mente percepisce questa rottura non come un’opportunità, ma come una minaccia alla propria stabilità. È qui che nasce il corto circuito: la prospettiva di stare bene diventa più spaventosa del continuare a stare male.
La lotta tra le due forze: spingere e frenare
Leon Festinger ha dimostrato che, davanti a un cambiamento, la nostra mente non è un blocco unico, ma un campo di battaglia. Si attivano due forze contrapposte:
- La spinta propulsiva: che pondera i vantaggi e ci proietta verso il miglioramento.
- Il freno a mano: che attiva riflessioni ossessive sui pericoli, le responsabilità e le possibili sofferenze che il successo comporterà.
Il problema è che questo scontro non avviene sul piano della logica. Se usassimo la ragione, non ci sarebbe partita: chi sceglierebbe di fallire? Ma, come sappiamo bene in ambito strategico, l’essere umano non è governato dalla ragione, ma dall’emotività.
Quando la vittoria diventa un pericolo
Nella dinamica della Nikefobia, i nostri meccanismi emotivi adattivi prendono un abbaglio: interpretano il successo come un “pericolo insostenibile”.
- “E se poi non sapessi gestire le nuove responsabilità?”
- “E se la felicità fosse solo l’inizio di una caduta più dolorosa?”
Questi dubbi agiscono sotto il livello della coscienza, traducendosi in azioni concrete di evitamento o rinuncia. È il caso dell’atleta che sbaglia l’ultimo tiro, del professionista che dimentica un appuntamento cruciale, o di chi interrompe una relazione sana proprio quando sta diventando seria.
Come uscire dalla trappola?
La resistenza al cambiamento è un processo inconsapevole. Cercare di convincersi razionalmente a “non aver paura” è come cercare di spegnere un incendio soffiandoci sopra: non fa che alimentare le fiamme.
L’approccio strategico ci insegna che per superare la Nikefobia non serve capire “perché” abbiamo paura, ma occorre cambiare il modo in cui “sentiamo” e reagiamo alla paura stessa. Solo attraverso piccoli cambiamenti concreti e una gestione strategica delle resistenze emotive, possiamo trasformare il limite della paura nella risorsa del coraggio.
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